Hackathon FIB–UPC: quando l’apprendimento esce dall’aula
e diventa innovazione

di Silvia Faggioli

Introduzione

La sera del 28 gennaio ho preso un volo per Barcellona per assistere, su invito, all’ultima giornata dell’hackathon per scuole superiori organizzato dalla Facultat d’Informàtica de Barcelona (FIB), una delle scuole di informatica dell’Universitat Politècnica de Catalunya (UPC). L’università è tra i principali poli europei per la formazione tecnico-scientifica. L’evento, rivolto a studenti delle scuole superiori, rappresenta un esempio concreto di come le università possano aprirsi al territorio e offrire ai giovani spazi autentici di sperimentazione, creatività e crescita.

Un hackathon pensato per far nascere idee e competenze

Gli studenti partecipanti provenivano da diversi istituti e, fin dal primo giorno, sono stati suddivisi in 16 squadre eterogenee da cinque membri, composte da ragazzi che non si conoscevano. E’ importante notare che non erano stati selezionati in base alle competenze. La prima giornata è stata interamente dedicata al team building e alla ricerca dell’idea da sviluppare.  A supportarli c’erano otto mentori, ciascuno responsabile di due gruppi. I mentori erano studenti universitari di elettronica e informatica, formati sulla metodologia educativa sviluppata da Ed Moriarty al MIT.

La metodologia di Ed Moriarty: imparare facendo, scoprendo, sbagliando

Ed Moriarty lavora all’Edgerton Center del MIT dal 2000, dove si occupa di attività di sensibilizzazione e di programmazione per avvicinare bambini e adolescenti all’ingegneria attraverso esperienze pratiche. La sua filosofia educativa si fonda su alcuni principi chiave:

  1. Seguire la curiosità degli studenti, non imporre percorsi rigidi.
  2. Imparare facendo, costruendo, sperimentando, sbagliando e riprovando.
  3. Offrire supporto intellettuale ed emotivo, affinché ogni studente trovi la propria voce.
  4. Favorire la collaborazione, non la competizione sterile.

È un approccio che trasforma l’ingegneria in un linguaggio creativo, accessibile e profondamente umano.

Materiali, strumenti e libertà di creare

L’università aveva predisposto tutto il necessario: computer, materiali per circuiti elettrici, legno, cartone, strumenti per tagliare e fresare, colori e materiali per la rifinitura. Ogni scuola partecipante aveva contribuito con circa 400 euro per sostenere l’iniziativa. Mentre la prima giornata era stata dedicata alla conoscenza reciproca tra i membri del gruppo e alla definizione dell’idea da sviluppare, la seconda giornata e la mattina del terzo e ultimo giorno sono state dedicate alla realizzazione dei prototipi. Nel pomeriggio si è svolto l’evento finale: ogni squadra ha presentato il proprio lavoro attraverso un pitch. Tra i progetti realizzati: un biliardino automatizzato, con sensori che reagivano al passaggio della pallina; un braccio artificiale; una macchinina elettrica; un ventilatore; una macchina piega-vestiti; e molte altre invenzioni sorprendenti.

Un ambiente vivo, imperfetto, autentico

I lavori si sono svolti in un contesto lontano dall’aula tradizionale: confusione, rumore, entusiasmo, discussioni, momenti di gioco, persino un karaoke improvvisato con il microfono usato “in modo improprio”.

In una scuola, qualcuno avrebbe forse commentato che “il docente non sapeva tenere la classe”. Eppure, osservando quei ragazzi, era evidente che l’apprendimento era al centro di tutto. Ho anche notato con piacere un’alta presenza di studentesse molto coinvolte nei lavori.

Erano presenti altri osservatori, oltre a me, tra cui due studenti bulgari in formazione come futuri mentori, interessati a portare la metodologia nelle loro scuole. Con loro osservavo che, forse, cinque studenti per gruppo erano troppi e che spesso uno finiva per non lavorare. Mi hanno risposto che il primo giorno si erano suddivisi i compiti e che, a volte, qualcuno doveva semplicemente aspettare che i propri compagni di gruppo terminassero per poter iniziare a sua volta. Poi uno di loro ha aggiunto: “E comunque, prof, non deve essere tutto perfetto!Aveva ragione. Nell’educazione non serve la perfezione: serve spazio per provare, anche nel disordine. Ma il nostro lavoro è così spesso sotto accusa che abbiamo paura della nostra stessa ombra.

Dialoghi, connessioni e il progetto “The Growth Garden”

Durante l’evento ho parlato con diversi docenti universitari e ho colto l’occasione per distribuire volantini e far conoscere il progetto Erasmus Plus “The Growth Garden” codice 2025-1-NO01-KA210-SCH-000358980, che ADI sta portando avanti con partner italiani, norvegesi e bulgari. Un altro esempio di come la collaborazione internazionale possa arricchire la scuola e aprire nuove prospettive.

Le parole di Kirika Angelova: il contesto crea il talento

Concludo con le riflessioni di Kirika Angelova, raccolte il 28 gennaio 2026 a Barcellona. Le sue parole sintetizzano perfettamente ciò che ho visto:

L’apprendimento non avviene (solo) nelle aule. Succede nei cortili, tra gli edifici, nel movimento, nel rumore e nella coordinazione imperfetta. Questo spazio ha visto molto più di lezioni ed esami. Ha ospitato incertezza, lavoro di squadra, attriti, creatività e crescita — tutti gli elementi da cui nasce la vera innovazione.”

Il talento è ovunque. Ciò che fa la differenza è il contesto.”

“Quando progettiamo l’ambiente giusto — fisico e psicologico — gli studenti si attivano: si assumono responsabilità, collaborano oltre la propria zona di comfort, sperimentano idee senza paura, imparano più velocemente di qualsiasi programma.”

“L’educazione non è trasmettere conoscenze, è attivare il potenziale… e quell’attivazione inizia molto prima della prima riga di codice o del primo pitch.”

Conclusione

L’hackathon dell’Università FIB–UPC è stato molto più di un evento tecnologico: è stato un laboratorio di umanità, creatività e fiducia. Un promemoria potente per noi docenti: quando costruiamo il contesto giusto, gli studenti fioriscono.